Le ragioni che mi hanno portata ad Alicante sono buffe. Fanno quasi sorridere.
E forse anticipano perfettamente la città che avrei trovato ad aspettarmi.
Sono volata ad Alicante per cercare i passi antichi della nonna di un amico. Nonna Alicante, appunto.
Così, con sorrisi e leggerezza, durante una grigliata, abbiamo deciso la meta: Alicante.
48 ore per trovare tracce della nonna e altrettante ore per lasciarci coinvolgere dalla città.
O almeno, per provare a capirla.

E quello che abbiamo trovato, purtroppo, non è stata la nonna, ma una città piena e zeppa di contraddizioni.
Ma anche di leggende.
Grandi palazzi di cemento affacciati su una spiaggia selvaggia, dove la natura si prende spazio senza grandi reverenze.
Spiagge di sabbia infinita e poi il mare e poi il vento e poi le onde e il blu infinito.
E, alle spalle, oltre la città, quasi come cornice infinita, il deserto. Rocce, arbusti, silenzi ruvidi.
E sulla punta più alta, quasi ad osservare la vita sotto (e a ricordare amori ed eventi), il Castello di Santa Bárbara.
Un luogo sospeso, arroccato e pieno di storie.
D’amore.
E di dolore.
Si racconta che proprio qui una giovane ragazza, Cántara, si lasciò cadere nel vuoto quando il padre le impedì di vivere il suo amore.
A seguito di questo dolore infinito e a ricordo dell'accaduto, il suo volto, si dice, sia rimasto inciso nella roccia del monte. Un profilo definito che padroneggia sulla città. E da allora Alicante porta dentro una ferita silenziosa, nascosta tra il vento e la pietra.
Abbiamo attraversato Alicante in bicicletta.
Scivolando tra viette minuscole, strette, quasi intime, dove la città sembra trattenere il respiro. Tra baretti, negozi e persone che abitano la città. E poi via, lungo la strada che costeggia il mare, con il vento addosso e lo sguardo che si perde nell’orizzonte.
Tra locali ancora pieni di gente, che sembrano non voler dimenticare un’estate ormai ai titoli di coda.
Come se il tempo, qui, avesse deciso di rallentare, complice del sole ancora caldo e dell'aria profumata di mare.
Ma Alicante non è solo questo.Non è solo luce, colori e profumo di crema solare.
Perché quando il sole scende, cambia pelle e diventa altro.
Le strade si riempiono e diventano rumorose, le luci si accendono, le voci si intrecciano.
I tavoli si allungano, invadono le strade, i bicchieri si riempiono di brocche di sangria o vino tinto, il tempo rallenta e diventa festa!
È lì che la città diventa profondamente spagnola.
Viva. Calda. Imperfetta e rumorosa.
Tra una paella che profuma di mare e risate che si perdono nella notte, Alicante smette di essere un contrasto…
e diventa un equilibrio tutto suo.
Scomposto e spagnolo. Incredibilmente autentico.
E questo è il punto. Alicante non prova a risolversi. Non cerca di essere coerente, né perfetta.
Tiene insieme tutto: il cemento e il vento, il rumore e il silenzio, le ferite e l'amore.
E in questo suo essere così dichiaratamente contraddittoria, trova una forma di bellezza che non si può spiegare fino in fondo.
Si può solo vivere.
Perché Alicante ha fascino proprio lì, in quello che non combacia, in quello che stona, in quello che resta un po’ irrisolto.
E forse è per questo che, anche senza aver trovato la nonna Alicante, ho avuto la sensazione di aver trovato qualcosa lo stesso.
Qualcosa che non si cerca.
Ma che, in qualche modo, ti trova.
M.
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